Opinioni | 06 Novembre 2018 | Autore: Tommaso Caravani

Furor di popolo
In un’epoca come questa, in cui tutto viene semplificato, le complessità del cambiamento epocale nel mondo dell’autoriparazione rischiano di passare in secondo piano rispetto a vecchie impostazioni di categoria, ingessate su temi classici e mai tramontati, che tuttavia sono oramai anacronistici.

Per capire meglio, analizziamo quanto sta succedendo: da una parte abbiamo una grande azienda di autoriparazione di carrozzeria che per la prima volta è entrata nel nostro paese e sta “facendo shopping” in giro per l’Italia. Non solo di autoriparatori, ma anche di attività di controllo di gestione, come dimostra la recente acquisizione di Authoitalia, una società di authority.

Dall’altra parte, abbiamo molti gruppi di discussione tra carrozzieri nei quali si dibatte su quale sia il costo di una calibrazione e su quale dovrebbe essere il suo prezzo di mercato. E mentre su due tavoli paralleli si discute di riparazione a regola d’arte, senza neanche sapere se e come le auto del prossimo futuro (diciamo presente, che tanto fa) saranno riparabili, immancabile torna alla ribalta il tema della tariffa della manodopera. Per carità, farsi riconoscere il giusto compenso è sicuramente un diritto di ogni autoriparatore; tuttavia, e sempre più, la questione si risolverà con trattative individuali (specie con i grandi canalizzatori) che terranno conto dei costi che l’impresa deve sostenere.

Non è peregrino ipotizzare che le tariffe della manodopera varieranno in base all’intervento, alla struttura, alle attrezzature utilizzate e alla specializzazione dell’operatore che si occuperà del caso, perché per interventi differenti serviranno metodologie riparative diverse, che impattano differentemente sul conto economico. Perché nonostante le discussioni, la tecnologia avanza inarrestabile e, come nella vecchia barzelletta in cui il popolo chiedeva a Cesare “sesterzi”, continuerà ad andare dritta.

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