
Un produttore di impianti porta la robotica nella verniciatura, senza scorciatoie tecnologiche. Il progetto Boticelli nasce per integrarsi nel ciclo reale della carrozzeria, tra limiti operativi, pressione sul lavoro e ricerca di ripetibilità.
Quando un’azienda manifatturiera decide di entrare nel campo della robotica applicata alla carrozzeria, la questione non è tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui questa viene inserita nel processo. È da questa premessa che prende forma Boticelli, il primo progetto robotico di Polin-AC, realtà formalmente giovane (sette anni di attività), ma con un’origine industriale che affonda le radici nella progettazione di impianti, a partire dai forni per la panificazione.
A raccontare l’impostazione del progetto sono Mario Fenzi e Simone Franchini, amministratore presso Polin-AC. Fin dall’inizio la linea è stata chiara: “Noi siamo un’azienda che produce, non che commercializza”, chiarisce Fenzi. Una distinzione che spiega perché Boticelli non sia nato come un prodotto “da catalogo”, ma come un’estensione coerente del core business aziendale.
La parte meccanica del robot viene prodotta in Cina, ma il percorso non è stato quello del semplice rebranding. Franchini ha seguito direttamente lo sviluppo, con visite in loco e una lunga fase di confronto: “Non volevamo diventare rivenditori. Abbiamo cercato un partner che ci permettesse di lavorare con il nostro nome, assumendoci la responsabilità del prodotto. La struttura di base è loro, ma il progetto, l’adattamento e l'interfaccia sono nostri, senza contare che in definitiva anche la faccia ce la mettiamo noi”, spiega. Il risultato è un equilibrio delicato tra capacità produttiva globale e controllo diretto sul know-how.
Boticelli è un cobot appeso, pensato per operare in cabina e oggi in grado di gestire fondo, base e trasparente. Non è una replica del gesto umano, né pretende di esserlo. “Non possiamo copiare ciò che fa l’uomo: il robot è un robot”, osserva Franchini.
Per spiegare il ruolo del robot nel ciclo di verniciatura, in Polin-AC ricorre spesso una metafora domestica. “È come il Bimby: da solo non cucina, ma affiancato a una persona rende il risultato ripetibile”. Ed è proprio la ripetibilità il nodo centrale. Nell’industria è un tema risolto da decenni, mentre in carrozzeria resta una sfida aperta, fatta di variabili, abitudini operative e differenze individuali.
Il progetto non nasce con l’idea di eliminare la verniciatura tradizionale, che continuerà a esistere. Piuttosto, mira ad affiancarla nei punti in cui l’operatore incontra limiti strutturali. “Non pensiamo a una macchina che sostituisce l’uomo, ma a uno strumento che lo affianca e, in alcuni casi, ne semplifica il lavoro”, sottolinea Franchini. Anche perché l’introduzione del robot non garantisce, almeno inizialmente, una riduzione automatica dei tempi: in alcune fasi potrebbe persino allungarli. Il valore va cercato nel ciclo complessivo.
È qui che entra in gioco il tema dell’integrazione impiantistica. Per Polin-AC, il robot ha senso solo se inserito in un sistema pensato per ospitarlo. Le attuali altezze delle cabine, ad esempio, limitano l’applicazione a una parte del parco circolante, escludendo molti veicoli. “Se vogliamo che il robot lavori davvero nel processo, dobbiamo ripensare l’impianto”, spiegano dall’azienda, lavorando su cabine portanti e soluzioni strutturali dedicate.
La riflessione si intreccia con le pressioni che oggi gravano sulla carrozzeria: carenza di manodopera, costi riparativi, richiesta crescente di qualità, sicurezza e sostenibilità. Su quest’ultimo punto Fenzi è diretto: “Stare fuori dalla cabina mentre si vernicia non è solo una questione produttiva, ma di tutela delle persone”. Ridurre l’esposizione a solventi, temperature e tute pressurizzate diventa parte integrante del ragionamento, non un beneficio collaterale.
C’è poi una dimensione culturale. L’operatore di un sistema robotizzato richiede competenze diverse rispetto al carrozziere tradizionale. Programmazione, controllo dei parametri, capacità di intervenire sulla scansione implicano familiarità con il digitale. “Il robot deve essere istruito. Non è immediato, ma se uno sa usare un computer diventa gestibile”, osserva Franchini. Un passaggio che può generare resistenze interne, ma anche rendere il mestiere più attrattivo per nuove figure.
Boticelli è stato installato a metà novembre presso la carrozzeria Roldo & Carrozzeria Verona e la commercializzazione è prevista da febbraio e le aspettative restano prudenti: “Non si tratta di una corsa ai volumi, ma di un ingresso graduale in un ambito dove ogni installazione è un progetto a sé”, conclude Franchini.
Resta infine una questione aperta, che va oltre il singolo prodotto. La robotica in carrozzeria funziona solo se i sistemi dialogano: cabina, robot, impianto, dati. Oggi l’integrazione è locale, domani potrebbe essere centralizzata. In questo senso Botticelli non rappresenta un punto di arrivo, ma un tentativo concreto di portare la robotica dentro il perimetro reale della carrozzeria, con tutte le complessità che questo comporta.








