Opinioni | 19 Aprile 2019 | Autore: Tommaso caravani

​L’appetito vien mangiando
Uno dei vantaggi di essere un giornalista di una delle più autorevoli riviste di aftermarket in Italia è quello di avere accesso a eventi e informazioni, spesso riservate solo agli addetti ai lavori e in particolare ai top player del settore.

Per questo, quando Wolk after sales experts ha deciso di nominare Notiziario Motoristico come media partner esclusivo l’Italia, non abbiamo avuto dubbi ad accettare.
Un partnership che, tra i risvolti degli accordi, ci ha permesso di partecipare al Wolk Aftermarket Forum 2019 e in particolare all’aperitivo informale della sera del 16 aprile a Francoforte.
Al di là delle informazioni riguardanti l’evento, che si è svolto la giornata del 17 aprile, e di cui raccontiamo l’excursus nelle pagine di Notiziario Motoristico di maggio, ciò che mi ha fatto riflettere è stata la presentazione fatta da Jefferies, società di consulenza americana specializzata in investimenti finanziari con una specializzazione particolare nell’automotive aftermarket. Jefferies, infatti, ha curato alcune delle più importanti azioni finanziari che hanno riguardato il nostro settore Olteoceano e nel continente: dalle catene di autoriparatori alle società informatiche fino a distributori e componentisti.

Ma perché il mondo finanziario guarda con attenzione al settore del post vendita automotive? Secondo la società americana la risposta sta nei numeri. L’aftermarket è costante, tanto che mentre le case auto vedevano i volumi di vendita oscillare in maniera vertiginosa durante la crisi del 2008 (che si è tradotta in un calo importante di immatricolazioni nel 2009), l’aftermarket ha registrato un andamento costante, mostrando una flessione minima rispetto alla vendita delle auto e con una ripartenza che ha visto triplicare le vendite dalla fine del 2009 al 2016.
Un mercato stabile, insomma, che fa gola soprattutto agli operatori finanziari per eccellenza: i fondi di investimento, che più che al piano industriale guardano alla redditività dell’investimento. E se i dividendi sono alti ecco che arrivano i soldi.

Tra le altre cose curiose che sono emerse è che, dal lato dei componentisti, fanno più gola i puri player aftermarket, rispetto a quei produttori più sbilanciati verso la fornitura di primo equipaggiamento. Questo perché fornire una casa auto implica essere dipendenti dalle oscillazioni della produzione di auto, mentre il parco circolante è tendenzialmente più stabile. Inoltre, i player aftermarket registrano in media una marginalità maggiore rispetto a chi vende a una casa auto, che, a fronte di volume importanti, chiede un sacrificio ai propri fornitori proprio sulla marginalità.

Ma i fondi di investimento, che secondo Jefferies rappresentano circa il 44% delle acquisizioni e operazioni finanziarie nel nostro settore in Europa, non guardano solo a chi i ricambi li produce. Grandi ingressi hanno riguardato tutti gli attori della filiera: Bain Capital è entrato in Autodis e in Fintyre (entrambi distributori e gestori di una rete di assistenza); Vista Equity Partners in Solera (software house); Axel in Nissens (produttore); Clayton Dubilier & Rice in Belron® (proprietaria, tra le altre, del marchio Carglass®). Ma questa lista può continuare con altri attori magari meno noti in Italia, ma comunque molto importanti in Europa e non solo.

Se poi si guarda con l’occhio di Jefferies, alla portata di tutte le acquisizioni in Europa, si nota come la maggior parte di esse, nel 2018, siano sotto i 250 milioni di dollari (il 57%). Per l’entità dei fondi di investimento, dunque, si tratta di transazioni piuttosto piccole, mentre solo il 40% riguardava operazioni comprese tra i 250 milioni e il miliardo di dollari (oltre tale cifra sono state solo il 3% delle acquisizioni tra cui ad esempio l’acquisizione da parte di Tenneco di Federal-Mogul per 5,4 miliardi di dollari o la vendita di Magneti Marelli alla giapponese Calsonic Kansei per 6,2 miliardi di dollari), valori che indicano come il mercato sia in fase di consolidamento specie se si raffronta il dato con il fatto che nel 2018, rispetto al 2017, il valore medio delle acquisizioni sia aumentato.

Il mondo dell’aftermarket è quindi destinato a concentrarsi per acquisizioni e vedrà l’entrata sempre più massiva dei fondi di investimento (che hanno, secondo le stime di Jefferies, un potenziale di investimento liquido di qualche migliaio di miliardi da investire: 1.6 mila miliardi di dollari per la precisione).
Una analisi analitica e precisa che fotografa una situazione molto positiva per gli operatori, visto che le acquisizioni (operate anche, anzi per la maggior parte, ancora da gruppi industriali) riguardano tutti i settori della filiera aftermarket: parlando solo in termini numerici, infatti, a livello globale su 163 acquisizioni del 2018, 11 hanno riguardato software house, 64 produttori di ricambi, 46 network di autoriparazione, 9 rivenditori (grandi network di ricambisti o di accessori) e 33 la distribuzione.
L’analisi non fa una piega ed è ovvio che “l’appetito vien mangiando”. Tuttavia i ragionamenti dei fondi di investimento sono generalmente basati sul breve e medio periodo, mentre a livello industriale si ragiona più per visioni di lungo periodo.

Ed è qui che sorge il dubbio: l’aftermarket rischia di diventare una bolla finanziaria? Chiunque lavori nel settore, e si astrae dai numeri nudi e crudi, sa che l’aftermarket è chiamato a sfide importanti: elettrificazione (che impatta direttamente su tutta la filiera collegata ai ricambi motore); guida autonoma (grazie alla quale probabilmente il settore carrozzeria, o come dicono gli inglesi “collision”, potrebbe avere un forte rallentamento), car-sharing e noleggio (che spostano in maniera importante gli equilibri di domanda e offerta con una pressione inedita sulle marginalità); senza contare poi nuovi modelli business che la rivoluzione digitale porterà e che oggi non siamo ancora in grado di immaginare.

Sfide tuttavia che difficilmente saranno rivoluzioni repentine, più probabilmente saranno dei cambiamenti progressivi, perché tutti dovranno confrontarsi con la burocrazia di ogni nazione e perché l’automobile da sempre rappresenta un ibrido tra un bene di consumo e un bene immobile (troppo costoso per essere tra i primi e troppo economico per essere tra i secondi).
Capire e anticipare i segnali del futuro sarà la vera sfida, sia dei fondi di investimento sia degli imprenditori del settore che dovranno capire e studiare modelli di business tali da mantenere profittevole questo business.

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