News | 07 October 2026 | Autore: Tommaso Caravani

​Arval Mobility Forum: dall'auto al tempo delle persone

La mobilità casa-lavoro entra sempre più nelle politiche di welfare e attrattività delle imprese. All'Arval Mobility Forum il confronto si è spostato dalla gestione della flotta alla costruzione di servizi capaci di rispondere a esigenze differenti.


Si è svolto a Milano il 24 settembre l'Arval Mobility Forum, l'appuntamento organizzato da Arval Italia in occasione della European Mobility Week per discutere di come stiano cambiando gli spostamenti casa-lavoro e, soprattutto, del ruolo che le aziende possono avere nell'organizzazione della mobilità dei propri dipendenti. Al centro dell'incontro i risultati di una survey realizzata da Arval Mobility Observatory e il confronto tra mondo accademico, mobility manager e imprese.

Il punto di partenza è un dato apparentemente semplice: l'auto continua a essere il principale mezzo utilizzato per raggiungere il luogo di lavoro, ma non è più l'unica risposta possibile. Nella ricerca, auto privata e aziendale raccolgono complessivamente il 46% delle indicazioni, mentre il 30% cita treno, metropolitana o autobus, il 10% moto o scooter e l'11% gli spostamenti a piedi o in bicicletta. Un intervistato su quattro utilizza già una combinazione di più modalità per il commuting.

Il dato va però letto nel suo corretto perimetro. La survey non nasce come campione rappresentativo della popolazione italiana: è stata condotta nel luglio 2026 su 819 collaboratori del Gruppo BNP Paribas in Italia, distribuiti tra diverse funzioni aziendali e sedi, dalle grandi città ai centri più piccoli. Inoltre, per la maggior parte degli intervistati la presenza in ufficio è già organizzata su due o tre giorni alla settimana grazie allo smart working. È quindi una fotografia di una specifica popolazione aziendale, utile per osservare tendenze e aspettative ma non automaticamente estendibile all'intero mercato del lavoro italiano.

Il tempo diventa la vera misura della mobilità

È proprio il tempo, più ancora del mezzo utilizzato, uno dei temi emersi con maggiore forza durante il confronto. Il 36% degli intervistati impiega più di un'ora al giorno negli spostamenti casa-lavoro-casa, mentre solo il 40% rimane entro i 45 minuti.

Carlo Alberto Carnevale Maffè, Professor of Strategy SDA Bocconi, ha proposto di spostare il metro di valutazione: smettere di contare soltanto auto e chilometri e iniziare a misurare le ore. Un'ora di commuting al giorno, riportata sull'intero anno lavorativo, rappresenta una quantità significativa di tempo che il dipendente mette a disposizione del proprio lavoro senza che faccia formalmente parte dell'orario lavorativo.

Da qui il passaggio concettuale: la mobilità aziendale non riguarda più soltanto quale automobile assegnare, ma quanto tempo una persona impiega per raggiungere il luogo di lavoro e quali strumenti possano ridurre o rendere più gestibile quello spostamento. In questo senso anche lo smart working diventa una forma di mobilità, o meglio di mobilità evitata.
Il peso del tema emerge anche dalla ricerca Arval: per il 59% dei rispondenti la mobilità è un fattore fondamentale nella scelta del posto di lavoro e per un ulteriore 29% è determinante. Comodità e flessibilità vengono indicate prima ancora del risparmio economico tra i criteri che guidano le scelte di mobilità.

Dalla flotta al mobility management

Il cambiamento riguarda inevitabilmente anche il ruolo delle aziende. Ivano Gallino, Presidente di AITMM - Associazione Italiana Travel e Mobility Manager - ha sottolineato come la raggiungibilità del luogo di lavoro stia entrando tra gli elementi che possono influenzare la scelta o la permanenza in un'azienda, in modo ormai comparabile alla possibilità di lavorare da remoto.

Per Dario Casiraghi, Direttore Generale di Arval Italia, questo significa superare la tradizionale separazione tra fleet management, risorse umane e welfare. Il mobility manager deve diventare una figura realmente trasversale, capace di leggere esigenze che possono essere molto diverse: dall'auto aziendale alla necessità di ridurre di quindici minuti il tragitto quotidiano, fino alla disponibilità di servizi utilizzabili anche al di fuori dell'attività strettamente professionale.

È un passaggio significativo anche per un operatore nato nel noleggio a lungo termine. La domanda dell'impresa non si esaurisce più nella disponibilità di una flotta, ma si sposta verso la capacità di comporre servizi differenti e utilizzare i dati per capire quali soluzioni abbiano realmente senso per quella popolazione aziendale.
Casiraghi ha insistito anche su un altro punto: la mobilità sostenibile non coincide semplicemente con la sostituzione di un veicolo con motore termico con uno elettrico. Cambiano il modello organizzativo e il modo con cui l'azienda affronta gli spostamenti. E soprattutto cambia il contesto: Milano non rappresenta l'intero Paese, così come le possibilità offerte in una grande città non sono automaticamente replicabili in provincia o nelle diverse aree italiane.

La stessa indagine mostra del resto che gli ostacoli percepiti sono soprattutto strutturali. Il 27% cita la mancanza di infrastrutture, il 20% le distanze e le caratteristiche del territorio, mentre solo l'11% attribuisce il freno al cambiamento a fattori culturali o comportamentali.

Le aziende come laboratorio

Gli esempi portati da Pirelli e Dolomiti Energia hanno mostrato come questa trasformazione stia già passando dalla sperimentazione concreta.
Nicolò Pirelli, Head of New Mobility di Pirelli, ha osservato come storicamente la mobilità aziendale sia stata identificata con l'assegnazione di un mezzo a una persona. Un'impostazione che continua ad avere una funzione, ma che non intercetta necessariamente tutti i dipendenti. L'obiettivo diventa quindi occuparsi contemporaneamente di chi utilizza una vettura aziendale, di chi si muove con la propria auto e di chi preferirebbe non utilizzare affatto un'automobile.

Le survey interne diventano in questo senso uno strumento per costruire servizi sulla base della domanda effettiva. Car sharing, trasporto pubblico, biciclette elettriche e altre forme di micromobilità non rappresentano necessariamente alternative assolute all'auto, ma componenti di un sistema nel quale le persone possono scegliere in funzione delle proprie esigenze. Tempo, comfort, autonomia e costo rimangono le variabili decisive.

Vincenzo Quintani, Direttore Efficienza Energetica e New Mobility del Gruppo Dolomiti Energia, ha raccontato un percorso costruito progressivamente attraverso le rilevazioni interne. Dal bike sharing aziendale, inizialmente pensato per gli spostamenti tra sedi e successivamente esteso, fino al car sharing dei mezzi tecnici prenotabili tramite applicazione, con l'obiettivo di distribuire meglio l'utilizzo dei veicoli e ridurre le inefficienze.

Il punto comune ai diversi interventi è che non sembra emergere una tecnologia o una modalità destinata a sostituire tutte le altre. Anche guardando ai prossimi anni, il quadro rimane frammentato: il 47% degli intervistati pensa di non modificare il proprio modo di raggiungere il lavoro, il 23% immagina invece di cambiarlo almeno in parte e il 21% pensa di ridurre ulteriormente gli spostamenti fisici attraverso un maggiore ricorso allo smart working. Tra chi prevede un cambiamento, il 48% indica il passaggio a un veicolo elettrico, il 32% un maggiore utilizzo del trasporto pubblico e il 20% più spostamenti a piedi o in bicicletta.

Più che la fine dell'automobile, il quadro restituito dall'Arval Mobility Forum racconta quindi l'allargamento del perimetro. L'auto resta centrale, ma diventa una delle componenti di un sistema nel quale noleggio, sharing, trasporto pubblico, micromobilità, lavoro da remoto e gestione del tempo iniziano a essere considerati all'interno della stessa strategia. Per aziende e operatori della mobilità, la questione diventa allora meno quella di individuare un unico modello e più quella di costruire servizi abbastanza flessibili da adattarsi a territori, persone e organizzazioni profondamente differenti.

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