
Nel concept “Tomorrow XX” Mercedes-Benz introduce un approccio che guarda all’intero ciclo di vita del veicolo. Non è un manifesto per l’aftermarket, ma un cambio di linguaggio che tocca indirettamente anche il tema della riparabilità.
La notizia è passata quasi sotto traccia, complice la forma con cui è stata presentata: un concept car, uno studio di visione, un esercizio di design e tecnologia. Eppure, nel progetto “Tomorrow XX” pubblicato da Mercedes-Benz a metà dicembre, c’è qualcosa che va oltre la consueta retorica sull’auto del futuro.
Nel racconto ufficiale della Casa di Stoccarda emerge infatti un concetto chiave: il veicolo non viene più pensato solo per essere prodotto e venduto, ma per attraversare un intero ciclo di vita fatto di utilizzo, aggiornamenti, manutenzione, riparazione e, infine, rigenerazione. Un passaggio lessicale che, pur senza citare esplicitamente carrozzerie o officine, intercetta un tema centrale per il post-vendita.
Mercedes parla di architetture progettate per durare più a lungo, di materiali selezionati anche in funzione della separabilità, di una riduzione della complessità superflua e di un approccio “circular-ready” che non riguarda solo il fine vita, ma l’intero arco di utilizzo del veicolo. In questo quadro, la riparazione smette di essere un evento marginale e diventa una variabile implicita del progetto.
È un cambio di impostazione tutt’altro che scontato. Per anni, infatti, il design dei veicoli è stato guidato principalmente da logiche produttive, stilistiche e di performance, mentre la fase di manutenzione e riparazione veniva affrontata a valle, spesso adattandosi a soluzioni già definite. Basti pensare, per citare esempi noti agli addetti ai lavori, al posizionamento di alcuni filtri abitacolo accessibili solo dopo lunghe operazioni di smontaggio, a vani motore estremamente compatti che rendono complesse anche operazioni ordinarie, o a componenti elettronici collocati in aree esposte e difficilmente raggiungibili in caso di intervento.
Nel concept “Tomorrow XX”, invece, emerge l’idea che alcune scelte debbano essere valutate prima, considerando l’impatto che avranno nel tempo, non solo in fase di produzione o di utilizzo, ma anche durante l’intero ciclo di manutenzione del veicolo.
Naturalmente siamo nel campo della visione, non della produzione in serie. Mercedes non promette scocche più facili da riparare né costi di intervento più bassi nel breve periodo. Il progetto non entra nel merito di tempi di manodopera, sostituibilità dei componenti o accessibilità delle parti. Tuttavia, il fatto stesso che una Casa premium inizi a parlare di ciclo di vita come elemento progettuale indica che il contesto sta cambiando.
Questo cambio di linguaggio va letto anche alla luce del quadro normativo europeo. Negli ultimi anni, tra Green Deal, Right to Repair, revisione del Regolamento di Esenzione per Categoria e dibattito sull’accesso ai dati dei veicoli, il tema della sostenibilità reale della mobilità è entrato con forza nell’agenda politica. In questo scenario, progettare auto che non tengano conto della riparazione diventa sempre più difficile da giustificare.
Per carrozzieri e autoriparatori, il messaggio non è che l’auto del futuro sarà improvvisamente semplice da riparare. Piuttosto, è il segnale che anche le case automobilistiche stanno iniziando a interrogarsi su un equilibrio diverso tra design, produzione e post-vendita. Un equilibrio che, se resterà confinato ai concept, avrà un impatto limitato; se invece troverà applicazioni concrete, potrebbe cambiare nel tempo il rapporto tra veicolo e riparazione.
Resta aperta una domanda di fondo: quanto di questa visione si tradurrà in scelte industriali reali e quanto resterà una risposta simbolica alle pressioni regolatorie e di mercato? Il concept “Tomorrow XX” non fornisce ancora una risposta, ma segna un passaggio importante. Per la prima volta, almeno sul piano narrativo, il post-vendita entra a far parte del discorso progettuale di una grande Casa automobilistica.
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